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Cronaca

Dal San Raffaele di Milano: «Clinicamente il Covid non esiste più»

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«Oggi è il 31 di maggio e circa un mese fa sentivamo gli epidemiologi dire di temere grandemente una nuova ondata per la fine del mese, o per inizio di giugno, e che chissà quanti posti di terapia intensiva c’erano da occupare… Questo lo dice l’università Vita e Salute , lo dice uno studio del direttore dell’Istituto di virologia Clementi, lo dice il professor Silvestri della Emory University di Atlanta. «In realtà il virus, praticamente, dal punto di vista clinico non esiste più» A dirlo è il Primario del San Raffaele di , Alberto Zangrillo intervenuto a “Mezz’ora in più” in onda su Rai3. Il primario ha rilevato che «i tamponi eseguiti attualmente negli ultimi dieci giorni hanno una carica virale, dal punto di vista quantitativo ,assolutamente infinitesimale rispetto a quelli eseguiti su pazienti di un mese, due mesi fa e che è la verità, la dico ufficialmente, tutti gli italiani se ne facciano una ragione».

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Attualità

Arrivano i canti anti-covid: fiutano i positivi. Attendibilità del 95%

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Sono operativi già all’estero ma potrebbero essere impiegati anche in Italia. Parliamo dei cani-anticovid che potrebbero potrebbero rappresentare un valido strumento di screening da affiancare alle procedure cliniche, ma, poiché la maggior parte degli studi sui risultati ottenuti dai nostri amici a quattro zampe non sono ancora stati pubblicati o revisionati, sarà necessario proseguire le ricerche in questo senso e ampliare i set di dati. Si tratta di cani addestrati per riconosce i positivi e secondo quanto emerge dagli studi avrebbero un’attendibilità del 90% quasi quanto un tampone. L’argomento è stato affrontato sulla rivista Nature, in cui si analizza la letteratura scientifica sul potenziale contributo dell’intervento canino nella battaglia contro la pandemia.

“Non pensiamo assolutamente che i nostri amici a quattro zampe possano sostituire le metodologie di screening attuali – afferma Holger Volk dell’Università di medicina veterinaria di Hannover in Germania durante il workshop online International K9 Team, che vede esperti internazionali condividere i risultati preliminari degli esperimenti allo scopo di integrare e coordinare gli studi – ma il loro ruolo potrebbe essere significativo in luoghi trafficati che necessitano indagini rapide e massive, come gli aeroporti, gli stadi o i grandi eventi”.

L’esperto sottolinea che i costi di un approccio canino sarebbero nettamente inferiori rispetto a quelli dei test convenzionali, ma alcuni si chiedono se il processo possa essere implementato tanto da consentire agli animali di avere un ruolo significativo. Il team di Volk sta conducendo uno sforzo per addestrare e studiare i cani e le loro capacità di riconoscere Covid-19. Per le sue ricerche, lo scienziato ha addestrato otto cani con campioni prelevati da bocca e trachea di sette persone ricoverate in ospedale per Covid-19 e sette persone sane. Secondo i risultati del lavoro, i cani hanno identificato l’83 per cento dei casi positivi e il 96 per cento di quelli negativi, anche se alcuni scienziati hanno evidenziato il troppo esiguo numero di partecipanti. “I nasi dei cani – spiega – hanno 300 milioni di recettori degli odori, contro i cinque-sei milioni di cui dispongono gli esseri umani. Questi animali sono già presenti in aeroporto, dove si sono dimostrati in grado di rilevare armi da fuoco, esplosivi e sostanze stupefacenti”. Pur non avendone certezza, i ricercatori ipotizzano che i cani siano in grado di rilevare l’odore di composti organici volatili (COV). Stando ai dati riportati durante l’incontro K9, i cani negli aeroporti di Finlandia e Libano sono stati in grado di rilevare Covid-19 nei campioni di sudore di passeggeri giorni prima che i test convenzionali risultassero positivi.

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