Appalti pubblici, lavori privati. Un monopolio della camorra. E quanto emerge dall’inchiesta Domino bis, l’ennesimo ciclone giudiziario che si è abbattuto sul clan D’Alessandro, con la nuova cupola finita in manette.
E’ un collaboratore di giustizia a raccontare all’antimafia particolari inediti, ma che in parte gli investigatori avevano già ipotizzato. Oltre a un giro enorme di estorsioni, che non risparmia nessun imprenditore a Castellammare, Pasquale Rapicano racconta ai pm come il clan D’Alessandro sia riuscito a mantenere saldi i rapporti con la pubblica amministrazione, riuscendo a gestire appalti pubblici. Il pentito parla dell’affidamento del servizio di pulizia degli uffici comunali a Palazzo Farnese: «Una ditta che aveva l’appalto delle pulizie al Comune era riconducibile a Sergio Mosca, lo so perché mia moglie figurava come dipendente. Da qualche mese questa ditta di Mosca non lavora più al Comune ma all’ospedale San Leonardo», è quanto ha sostenuto Rapicano negli interrogatori tra gennaio e febbraio del 2020.
Il collaboratore di giustizia rivela quindi che «tutti i lavori pubblici sono assegnati a ditte gradite al clan D’Alessandro, tutti pagano l’estorsione, anche quelle che vengono da fuori».
In sostanza, secondo Rapicano «non c’era lavoro pubblico o privato a Castellammare che non venisse fatto da Paturzo. Tutti i lavori che venivano eseguiti a Castellammare e a Gragnano dovevano essere gestiti da Paturzo Liberato, compresi i lavori presso i singoli condomini. Non c’era amministratore di condominio che aveva libertà di assegnare i lavori a ditte diverse da quelle riconducibili a Paturzo, altrimenti erano guai per gli amministratori».
Daniele Di Martino