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Rischio incandidabilità, parola alle difese: «Forti dubbi per le sole parentele scomode»

Intervista agli avvocati Ylenia Zaira Alfano e Carmine Iovino, che assistono uno degli ex consiglieri a giudizio

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Tra scioglimento per infiltrazioni camorristiche e rischio incandidabilità, tra democrazia sospesa e ricorsi. Castellammare vive la sua fase peggiore sul piano politico. L’amministrazione Cimmino è stata sciolta per ingerenze della camorra nella gestione politoci-amministrativa di Palazzo Farnese, o almeno è quello che sostiene la commissione d’accesso nella lunga e articolata relazione di oltre 100 pagine. A dicembre infatti si discuterà il ricorso presentato da ex sindaco, assessori e consiglieri d’inanzia al Tar del Lazio. 

Mentre si apre un altro procedimento per cui i politici stabiesi, 14 in tutto, compreso l’ex sindaco Gaetano Cimmino, rischiano di essere dichiarati incandidabili.

Il processo è appena iniziato al Tribunale di Torre Annunziata e ne parliamo con gli avvocati Ylenia Zaira Alfano e Carmine Iovino, che assistono uno degli ex consiglieri di maggioranza a giudizio. 

Cosa rischiano i politici a giudizio?

«Le conseguenze dello scioglimento e, ancor di più, quelle dell’eventuale incandidabilità sono rilevanti per la vita politica della città e quella personale dei politici coinvolti. In particolare, la pronuncia di incandidabilità può essere considerata come una nuova damnatio memoriae con la quale il governo, tramite la proposta originaria, e il Tribunale tramite la procedura prevista, pongono fuori dall’agone politico i soggetti interessati dalla misura adottata. Il tempo in relazione al quale i soggetti ritenuti responsabili delle cause che hanno dato luogo allo scioglimento subiscono, in caso di accertata responsabilità, la sanzione dell’incandidabilità temporanea per la durata di due turni elettorali successivi allo scioglimento, il che può significare, in astratto, qualora la durata degli organi elettivi sia regolare, una impossibilità a riproporre la candidatura nell’arco di dieci anni. Appare evidente, dunque, che per chi aspiri a mettersi nuovamente al servizio del proprio paese, l’impossibilità di candidarsi per un periodo così lungo, significa abbandonare l’idea di un agire politico nelle istituzioni o quantomeno un ritorno tra molti anni. Dal punto di vista del giudizio morale e politico spetta in ogni caso all’elettore la valutazione concreta delle responsabilità del proprio rappresentante eletto, questo ci sembra un punto incontrovertibile».

Una semplice parentela può determinare l’incandidabilità di un politico senza carichi pendenti?

«Questa è una domanda molto semplice, ma necessita di una risposta complessa. Posta in questi termini la risposta non può che essere negativa: nello stato di diritto moderno, il rapporto di parentela con un pregiudicato, per quanto gravi possano essere le responsabilità di questi, non è sufficiente a determinare l’incandidabilità dell’avente diritto all’elettorato passivo. La responsabilità, in questo caso, nonostante non siamo nell’ambito proprio del diritto penale, è esclusivamente personale, pertanto dovrebbero essere escluse tutte le forme di responsabilità che non siano proprie dell’eletto. Nella pratica, però, la questione si rivela più complessa perchè se da una parte l’incandidabilità non può essere pronunciata a cagione della sola parentela, la giurisprudenza si è purtroppo attestata su una linea dura, pretendendo dall’eletto un obbligo di controllo sugli atti amministrativi che è particolarmente stringente, laddove l’omesso controllo, in uno alla parentela scomoda, quantunque incolpevole, in caso di operazioni gestorie – non integranti reato – ma comunque opache, diventa il motivo sul quale ancorare la proposta di incandidabilità e la sua definitiva irrogazione. E ciò anche se, per avventura – si pensi ad esempio ad una parentela acquisita – non si conoscano i precedenti del soggetto in questione e si ignorino quelle degli altri eletti».

Quali saranno le fasi del processo?

«Il processo, dopo la proposta del Ministero notificata al Tribunale di Torre Annunziata, vedrà una prima fase che si svolgerà innanzi al Collegio Civile. Coloro i quali verranno dichiarati incandidabili potranno poi impugnare la decisione mediante reclamo alla Corte d’Appello e così via fino in Cassazione consumando le strade dei ricorsi interni allo Stato Italiano. Di poi si potrebbe pensare ad una prospettiva di ricorso innanzi a corti sovranazionali, ma ci sembra prematuro. La prima parte si volgerà, come detto, innanzi al Tribunale di Torre Annunziata e la prima udienza è già slittata per omesse notifiche, quando si procederà con la trattazione vi sarà una prima fase valutativa di eventuali questioni preliminari e poi il Tribunale deciderà in merito ad eventuali richieste di prove documentali e testimoniali , eventualmente integrative della relazione della commissione d’accesso. Alla fine della fase istruttoria ci sarà quella conclusiva e la conseguente decisione del Tribunale che potrà essere di accoglimento o di rigetto della proposta di incandidabilità per uno , per più o per tutti gli amministratori destinatari della proposta medesima. Contro tale decisione, come riferito, si potrà adire la Corte d’Appello di Napoli.

È una procedura inedita. Un processo civile dove gli aspetti penali sono una parte fondamentale. In che modo ci si può difendere?

«E’ una sfida anche per gli avvocati. Si tratta di un procedimento particolarmente insidioso perché ha ad oggetto diritti fondamentali dei singoli, ma anche gli interessi della collettività. Le regole processuali applicabili sono governate dalla speditezza e dalla semplificazione, il Tribunale può condurre l’intero procedimento con una libertà più marcata rispetto al processo civile ordinario. La regola di giudizio è quella del processo civile ma spesso, sia le contestazioni mosse e astrattamente addebitabili ai soggetti della cui incandidabilità si discute,  sia i rapporti tra gli amministratori e soggetti esterni, devono essere verificati con i canoni propri del diritto penale, distinguendo le fattispecie criminose per gravità e per incisività, operando una cernita tra fatti di criminalità comune e quelli espressione di attività camorristica e/o criminalità organizzata. Non solo, vanno scandagliati i diversi episodi illustrati in relazione ai quali deve essere poi verificato se si tratti, di volta in volta, di manifestazioni ad iniziativa dei singoli ovvero di incompetenza , negligenza, ignoranza o, invece, di consapevoli scelte eterodirette. Ci si può difendere chiedendo al Tribunale rigore interpretativo e allegando fatti e documenti di segno contrario a quelli valutati dalla commissione d’accesso, evidenziando che nelle nostre città – dove non sono infrequenti i problemi con la giustizia – la differenza la fanno le singole persone e non le parentele. Resta la difficoltà di garantire indipendenza tra il giudizio politico-amministrativo già effettuato dal Ministero dell’Interno manifestatosi con il decreto di scioglimento del Presidente della Repubblica e quello della giustizia civile che coinvolge un aspetto peculiare come è quello relativo all’incandidabilità».

Daniele Di Martino


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Politica

I commissari ordinano la demolizione degli abusi del clan a Faito

Il caso finito anche nella relazione della commissione d’accesso

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Giù gli abusi nel castagneto della camorra. La commissione straordinaria ordina la demolizione di opere realizzate abusivamente in un terreno su Monte Faito, un tempo gestito da esponenti del clan Di Martino e utilizzato per la coltivazione della cannabis anche dopo la confisca. Uno dei casi finiti delle pagine della commissione d’accesso, tra i motivi di scioglimento dell’amministrazione comunale di centrodestra. Gli ispettori del ministero rilevarono un’incongruenza tra un sopralluogo effettuato dalla polizia municipale e dai carabinieri. Mentre i vigili urbani dichiaravano che i terreni «…erano risultati inaccessibili in quanto situati in zona impervia e montuosa…», gli uomini dell’Arma hanno accertato che invece erano facilmente individuabili e accessibili con autovettura e che su di essi risultano allestiti stalle e ricoveri, all’interno dei quali si trovavano animali di varie razze. Proprio questi manufatti allestiti per il ricovero degli animali saranno abbattuti a spese del Comune.

“E’ emerso che tali beninon sono utilizzabili per alcuna finalità pubblica che contempli un utilizzo da parte di esseri umani, dal momento che trattasi di baraccamenti in lamiera, con struttura mista in ferro e blocchi in lapilcemento, del tutto fatiscenti e privi di ogni requisito statico-strutturale oltre che igienico-sanitario” si legge tra gli atti propedeutici ai lavori di demolizione.

Palazzo Farnese pone l’accento sulla “necessità del ripristino dello stato dei luoghi e del legittimo uso del suolo”, con la possibilità di rivalersi sui trasgressori per il recupero in danno degli esborsi sostenuti.

Per fare ciò verrà individuata una ditta specializzata attraverso trattativa diretta su piattaforma MePa, pescando quindi tra le ditte incaricate solitamente dalla Procura Generale della Repubblica, soprattutto iscritta nella white list della Prefettura Napoli.

Daniele Di Martino

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