Il Caso Primark a Pompei: Contratti a tempo determinato e stipendi da fame

C'è grande fermento attorno al Centro Commerciale La Cartiera di Pompei. Il conto alla rovescia
per l'apertura del nuovo megastore Primark è già partito, portando con sé la solita ondata di
entusiasmo per la moda a basso costo e, soprattutto, le grandi aspettative per le centinaia di
posti di lavoro promessi al territorio.
Eppure, dietro i titoli trionfalistici sulle nuove assunzioni, si nasconde una realtà ben più
complessa e amara.

Il "dietro le quinte" dei colloqui

In queste settimane, la società sta conducendo tantissimi colloqui per formare lo staff del nuovo
punto vendita campano. Ma basta farsi un giro sui gruppi social locali per rendersi conto che
l'entusiasmo iniziale di molti candidati si sta rapidamente trasformando in frustrazione.
Le testimonianze di chi ha partecipato alle selezioni delineano un quadro preciso: le offerte sul
tavolo riguarderebbero, nella stragrande maggioranza dei casi, contratti part-time, a chiamata
e per una durata massima di due mesi.
Non stiamo parlando di posizioni strutturali su cui costruire un'indipendenza economica, ma di
contratti "a tempo di saldo", utili all'azienda per gestire il fisiologico picco di affluenza legato
all'inaugurazione, per poi sgonfiarsi non appena l'effetto novità sarà passato.

L'illusione dell'offerta e il dramma della disoccupazione

Qui si consuma il vero "dramma lavoro". Il Sud Italia, e la provincia di Napoli in particolare, vive
una fame cronica di occupazione stabile. Quando un colosso internazionale annuncia
un'apertura, la fila di candidati è chilometrica non solo per l'attrattiva del brand, ma per pura
necessità.
L'incontro tra questa domanda disperata di stabilità e un'offerta così frammentata crea una
disconnessione profonda:
● Per le istituzioni e i centri commerciali: L'apertura è un successo da sbandierare in
termini di "nuovi posti di lavoro creati".
● Per i lavoratori: È l'ennesima giostra del precariato. Lavorare poche ore a settimana, con
il telefono in mano ad aspettare la chiamata per il turno, non significa uscire dallo stato di
disoccupazione, ma semplicemente mascherarlo per otto settimane.
Accettare un contratto di due mesi non è mai una vera scelta in un territorio con tassi di
disoccupazione giovanile altissimi: è un compromesso al ribasso dettato dalla mancanza di
alternative.

La mercificazione del tempo: dal vestito al lavoratore

Il paradosso più evidente è la perfetta sovrapposizione tra il modello di business del brand e la
sua gestione delle risorse umane. Primark è il re indiscusso della fast fashion: capi d'abbigliamento economici, pensati per essere consumati velocemente e sostituiti alla stagione successiva.
A Pompei, come altrove, sembra che lo stesso principio venga applicato al capitale umano. Un
"fast labor" in cui il tempo del lavoratore è considerato un bene di consumo usa-e-getta:
reclutato in massa, consumato durante il picco di vendite inaugurale e poi dismesso quando
non serve più.
È innegabile che il settore retail richieda flessibilità, specialmente nelle fasi di lancio. Ma quando
la flessibilità diventa l'unica regola e l'eccezione è il contratto solido, c'è da chiedersi quale sia il
reale impatto sul tessuto socio-economico del territorio.
Mentre La Cartiera si prepara al taglio del nastro e ai carrelli pieni, resta una domanda
scomoda: possiamo davvero festeggiare l'arrivo di nuovi posti di lavoro, se questi hanno la
stessa data di scadenza di una t-shirt in saldo?

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