C’è un punto, nel dibattito sull’intelligenza artificiale, che rischia di restare sullo sfondo. Si parla molto di cosa può fare una macchina. Molto meno di chi risponde quando quella macchina viene utilizzata per comunicare. Da questa domanda nasce “L’AI non firma. Un libro sulla comunicazione che resta umana”, il primo libro di Christian Apadula, pubblicista di Castellammare di Stabia e fondatore dell’agenzia di comunicazione CH Media.
Il volume è stato pubblicato in questi giorni su Amazon ed è disponibile in formato cartaceo ed eBook per Kindle. Non è un manuale per imparare a utilizzare l’intelligenza artificiale. E non nasce nemmeno per aggiungere un’altra previsione sul futuro a quelle che già circolano ogni giorno. Il punto di partenza è più concreto: cosa succede quando l’AI entra davvero nel lavoro quotidiano di chi comunica?
Apadula parte dall’esperienza maturata all’interno della sua agenzia e dal lavoro editoriale. Due ambienti nei quali contenuti, responsabilità e scelte non possono essere separati con troppa facilità. La tesi del libro, infatti, è semplice: le macchine eseguono, le persone rispondono. Perché un sistema può generare un testo, elaborare un'immagine o contribuire alla costruzione di un contenuto. Ma non può assumersi la responsabilità di ciò che viene pubblicato. Ed è qui che, a mio avviso, la discussione sull’intelligenza artificiale diventa molto meno tecnologica e molto più professionale.
“L’AI non firma” conta circa 17.500 parole, distribuite in dieci capitoli. Il percorso passa attraverso situazioni realmente affrontate nel lavoro: dalla costruzione di un avatar digitale per la comunicazione aziendale alla trasparenza richiesta dal Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale. C’è spazio anche per questioni apparentemente più ordinarie, ma forse proprio per questo interessanti. Come cambia, ad esempio, il preventivo di un’agenzia quando alcuni processi diventano più veloci grazie all’AI? Il cliente sta pagando il tempo impiegato oppure la competenza necessaria per arrivare a quel risultato?
Domande che riguardano le agenzie, certo. Ma non soltanto. Un piccolo imprenditore che prepara i contenuti della propria attività, un professionista che utilizza l’AI per scrivere, una redazione che la inserisce nel proprio flusso di lavoro si trovano davanti allo stesso problema. Lo strumento può cambiare. La firma, invece, resta. Ed è probabilmente questo il confine più interessante da osservare adesso. Non stabilire se l’intelligenza artificiale sia buona o cattiva, ma capire dove vogliamo collocare la responsabilità quando decidiamo di usarla.
“L’AI non firma. Un libro sulla comunicazione che resta umana” è disponibile su Amazon Kindle.