Niente di nuovo. La solita minestra riscaldata, condita di anti-camorra militante e fiumi di parole. Il PD di Castellammare tenta la ricostruzione dopo il terremoto dello scioglimento per infiltrazioni mafiose. Alla seconda uscita pubblica, però, non si intravede nulla di buono.
I soliti noti che salgono sul piedistallo a pontificare: “L’avevamo detto”. A questo punto forse risulta più apprezzabile il silenzio del centrodestra.
Il commissario Arturo Scotto ha il compito di rinnovare, inviato a Castellammare per riscostruire un PD dalle macerie dello scioglimento. Il materiale umano e politico non è diverso da quello che ha accompagnato l’ultimo decennio.
Di volti nuovi nemmeno a pagarli, di idee per la città men che meno. I “no” sono lo sport preferito, ancor più con lo spauracchio della camorra. E Castellammare affoga nell’indifferenza.
Il PD così, invece di aprirsi alla città, continua a chiudersi nel suo circolo di Corso Vittorio Emanuele. Non basta chiedere un patto alle altre forze politiche per escludere qualsiasi lista civica, agitando lo spauracchio del “civismo criminogeno”.
Eppure ci sono movimenti politici “civici” che hanno una storia in città e non possono essere liquidati in questo modo. Storia diversa sono i “taxi elettorali” per perseguire certi interessi. Bisogna saper distinguere, non basta fare di tutta l’erba un fascio.
Come bisogna ritornare indietro a quando si è costituita la lista del PD alle scorse elezioni. Nessuno ha ancora fatto “mea culpa”, eppure almeno due ex consiglieri su quattro rischiano l’incandidabilità.
L’impressione è che questi seminari siano solo un modo per un’altra guerra di successione interna. Arturo Scotto dovrebbe individuare una guida temporanea e indire poi un congresso. Al momento non ci sono le condizioni.