Il commiato di don Catello: «Non è un addio, ma un affidamento»

Dopo dodici anni alla guida della Comunità di Sant’Antonio, don Catello Malafronte si prepara a lasciare la parrocchia. Con lui anche don Giuseppe Miccio, vicario parrocchiale, al termine di due anni di servizio. In una lettera alla comunità, il saluto dei due sacerdoti diventa un momento di gratitudine, riflessione e affidamento al Signore.

Ci sono momenti in cui le parole sembrano non bastare. È il caso del commiato, che porta con sé gratitudine, commozione, fatica, ma anche la fiducia che Dio continui a guidare il cammino della comunità.

È con questo spirito che don Catello Malafronte e don Giuseppe Miccio hanno rivolto una lettera alla Comunità Parrocchiale di Sant’Antonio, annunciando la conclusione del loro percorso pastorale: dodici anni per don Catello, due per don Giuseppe.

Un lungo cammino segnato da incontri, progetti, difficoltà e ripartenze, che i due sacerdoti hanno voluto rileggere alla luce del Vangelo. «Una comunità – scrivono – non è fatta soltanto di attività e progetti, ma soprattutto di volti, storie, incontri, gioie, sofferenze, fatiche e ripartenze».

Al centro del messaggio c’è una frase del Vangelo di Luca: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica». È proprio attorno alla Parola che, secondo don Catello e don Giuseppe, la comunità ha cercato di costruire il proprio cammino.

Non una comunità descritta come perfetta, priva di difficoltà o incomprensioni, ma una famiglia raccolta intorno a Cristo e nutrita dall’Eucaristia. Una comunità che ha cercato di crescere nella fede e di affrontare le sfide del proprio tempo.

Nel bilancio di questi anni trovano spazio numerose esperienze: la ripartenza delle attività pastorali, i progetti e le opere realizzate, la formazione teologica e spirituale degli operatori pastorali, la creazione di spazi di aggregazione dedicati soprattutto ai ragazzi e ai giovani e l'attenzione alle questioni sociali e culturali del territorio.

Particolare attenzione è stata riservata anche all’apertura della parrocchia alla dimensione universale della Chiesa, attraverso l’accoglienza della comunità delle suore provenienti dal Burkina Faso e di sacerdoti di diverse nazionalità e continenti.

«Se non siamo riusciti nell’intento – riconoscono i sacerdoti nella lettera – nutriamo almeno la speranza di aver avviato processi di crescita nella fede».

Accanto alla gratitudine c’è anche la richiesta di perdono. Don Catello e don Giuseppe ricordano che non tutto è stato semplice e che lungo il cammino non sono mancate stanchezza, difficoltà e incomprensioni. «Per le volte in cui non siamo riusciti ad ascoltare abbastanza, per qualche parola pronunciata male, per le persone che non abbiamo saputo raggiungere, vi chiediamo sinceramente perdono».

Un passaggio che restituisce al commiato una dimensione profondamente umana, nella consapevolezza dei limiti e delle fragilità che accompagnano ogni esperienza comunitaria.

Il riferimento al commiato di San Paolo dalla comunità di Efeso diventa quindi la chiave per comprendere anche la partenza dei due sacerdoti. «La vita del sacerdote è una vita consegnata», scrivono, sottolineando che il cambiamento non significa cancellare quanto vissuto, ma rendere la propria vita disponibile a ciò che il Signore chiede.

«Non partiamo perché ciò che abbiamo vissuto abbia perso valore – si legge nella lettera – ma perché siamo chiamati a rendere disponibile la nostra vita a ciò che il Signore ci chiede».

Nel momento del saluto, il pensiero va alle persone incontrate durante gli anni: bambini, giovani, famiglie, anziani, ammalati, persone che hanno attraversato momenti di sofferenza e quanti hanno offerto tempo, energie e disponibilità alla vita della parrocchia.

Sono numerosi i «grazie» rivolti alla comunità: a chi ha sostenuto i sacerdoti con la preghiera, a chi ha collaborato, incoraggiato o corretto, a chi ha aperto la porta della propria casa e del proprio cuore e anche a chi non ha condiviso ogni scelta.

«Quanto è stato realizzato non è opera nostra, ma il frutto di una comunità nella quale tante persone hanno scelto di mettersi al servizio», sottolineano.

 

Don Catello e don Giuseppe chiedono di accogliere con cuore libero chi arriverà dopo di loro, evitando confronti con il passato. «Ogni sacerdote ha la propria storia, i propri doni e i propri limiti. Accoglietelo, sostenetelo e pregate per lui».

L’appello è anche a non permettere che incomprensioni, simpatie personali o divisioni possano compromettere la comunione. La parrocchia, scrivono, deve continuare a essere «una casa dalle porte aperte», dove nessuno possa sentirsi escluso o giudicato.

Al centro del futuro della comunità dovranno rimanere la Parola di Dio e l’Eucaristia. Una Parola da ascoltare e mettere in pratica attraverso il perdono, l’accoglienza, il servizio, l’attenzione ai poveri e la vicinanza a chi soffre.

«Mettete al centro l’Eucaristia nel giorno del Signore», è l’esortazione rivolta alla comunità, insieme all’invito a non lasciarsi distogliere dal proprio cammino di fede.

Nel saluto trova spazio anche la figura della Vergine Maria, indicata come modello di vita cristiana e di «ubbidienza della fede», mentre a Sant’Antonio di Padova viene affidato il compito di accompagnare il cammino della comunità e proteggere le famiglie.

Il finale della lettera richiama ancora una volta il commiato di San Paolo, fatto di lacrime, abbracci e preghiera. Anche le lacrime, spiegano i sacerdoti, possono essere accolte come segno di un affetto autentico: «Esse dicono che ci siamo voluti bene. Ma l’amore cristiano non trattiene: affida».

«Per questo il nostro non vuole essere un addio, ma un affidamento».

 

«Il Signore vi custodisca. La sua Parola continui a edificare questa comunità. L’Eucaristia vi mantenga uniti. La Madonna vi tenga stretti tra le sue braccia e Sant’Antonio di Padova accompagni il vostro cammino e protegga le vostre famiglie».

 

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