Un’enoteca sequestrata e una grotta ricavata nel tufo, utilizzata per la degustazione e l’esposizione di vini, all’interno di un’area demaniale sottoposta a vincolo archeologico e culturale. È quanto emerso dagli accertamenti della Polizia Metropolitana di Napoli, gruppo USES, nell’ambito dell’inchiesta sulle occupazioni abusive di spazi pubblici e demaniali nel territorio di Sorrento, coordinata dalla Procura della Repubblica di Torre Annunziata.
Il sequestro preventivo d’iniziativa è scattato il 24 settembre in un’enoteca di viale Caruso. L’intervento è arrivato al termine delle verifiche condotte dalla Polizia Metropolitana nell’ambito del censimento delle occupazioni delle cisterne romane di Spasiano, disposto dalla Procura attraverso un decreto di ispezione dei luoghi.
Secondo quanto accertato durante il sopralluogo, l’attività commerciale si sviluppa su tre livelli: il piano terra, direttamente affacciato sulla strada, e due livelli interrati. Proprio nei locali sottostanti sarebbero state riscontrate le principali irregolarità.
Il primo piano interrato, secondo gli investigatori, avrebbe subito un mutamento di destinazione d’uso non autorizzato, passando da deposito a spazio destinato alla preparazione e alla degustazione di cibi. Da questo ambiente sarebbe stata inoltre realizzata una scala direttamente nel blocco tufaceo, consentendo l’accesso al secondo livello interrato.
Qui gli agenti avrebbero trovato una vera e propria grotta, con servizi igienici, mobili a muro utilizzati per l’esposizione delle bottiglie e impianti di illuminazione, aerazione e deumidificazione. Individuate anche ulteriori aperture nella parete tufacea, che sarebbero state nascoste alla vista attraverso i mobili espositori e una rete metallica.
Il dato ritenuto particolarmente significativo dagli investigatori riguarda la natura e la posizione del locale: la grotta ricadrebbe infatti in un’area demaniale sottoposta a vincolo archeologico e culturale, inserita nel più ampio sito delle cisterne romane di Spasiano, una delle testimonianze dell’antico sistema idraulico di epoca romana presente nel territorio sorrentino.
Gli accertamenti hanno portato a ipotizzare la violazione degli articoli 633 e 639-bis del codice penale, relativi all’invasione di terreni o edifici, dell’articolo 169 del decreto legislativo 42/2004, in materia di opere abusive su beni sottoposti a vincolo, e dell’articolo 44 del D.P.R. 380/2001, relativo agli interventi edilizi eseguiti in assenza del necessario permesso di costruire.
La Procura ha chiesto al giudice per le indagini preliminari la convalida del sequestro dei due locali interrati. È stato invece disposto il dissequestro del locale al piano terra, fronte strada, non risultando allo stato interessato dagli abusi edilizi oggetto dell’indagine.
Si tratta del secondo sequestro eseguito dalla Polizia Metropolitana nell’arco di una settimana nell’ambito della stessa inchiesta. Il 17 settembre scorso, infatti, gli agenti avevano sequestrato un altro locale di proprietà comunale situato in corso Italia, nei pressi dell’ingresso all’area delle cisterne di Spasiano. Il provvedimento, relativo all’ipotesi di invasione di terreni o edifici, era stato successivamente convalidato dal giudice per le indagini preliminari.
In quel caso, secondo gli accertamenti, il locale sarebbe stato utilizzato come deposito e lavanderia al servizio di una struttura ricettiva tipo B&B, anche oltre la scadenza dell’autorizzazione temporanea e per una destinazione diversa da quella originariamente assentita.
L’inchiesta non è conclusa. La Polizia Metropolitana sta infatti proseguendo il censimento per verificare l’eventuale presenza di altre occupazioni abusive di aree demaniali e spazi di interesse storico e culturale, con particolare attenzione al complesso delle cisterne romane di Spasiano.
Il procedimento relativo all’enoteca è attualmente nella fase delle indagini preliminari. Il sequestro preventivo dovrà essere sottoposto alla valutazione del giudice per le indagini preliminari e potrà essere impugnato davanti al Tribunale del riesame. Gli indagati, in ogni caso, non possono essere considerati colpevoli dei reati contestati fino a un’eventuale sentenza di condanna definitiva, come previsto dal principio costituzionale di presunzione di non colpevolezza.