Sono 20 milioni di euro gli affidamenti diretti esaminati dalla Commissione d’accesso nella relazione che ha portato allo scioglimento del Consiglio comunale di Castellammare di Stabia per infiltrazioni mafiose. Per gli ispettori, il dato ha rilievo istruttorio e descrive le modalità di gestione degli appalti durante l’amministrazione guidata dal sindaco Luigi Vicinanza.
“Un controllo formale, mai produttivo di rilievi” così è stato definito dagli Ispettori, chiamati a fare luce sul malaffare nelle stanze di Palazzo Farnese, la richiesta del Vice Sindaco al Responsabile del Settore Tecnico del Comune di Castellammare di Stabia della lista degli affidamenti diretti ove chiedeva l’applicazione del principio di rotazione e la garanzia dei controlli antimafia. Per i commissari, tuttavia, questo tipo di controllo era “meramente cartolare e privo di qualsiasi effettività” in quanto “non ha mai prodotto contestazioni, rilievi o richieste di riesame nonostante le concentrazioni di affidamenti in capo ai medesimi operatori, le società con contiguità familiari a consiglieri comunali” sia di maggioranza che di opposizione. In pratica un controllo di facciata che si è limitata nel tempo a “prendere atto delle dichiarazioni del dirigente controllato, senza riscontro autonomo” di fatto non assolvendo ad alcuna funzione di presidio contro l’illegalità e le procedure di affidamento sotto-soglia per eludere la gara pubblica abbattendo di fatto anche la concorrenza.
“È come a casa propria: se una ditta lavora bene, richiamo sempre quella perché mi fido”
La lente di ingrandimento degli Ispettori del Ministero che hanno portato poi allo scioglimento dell’Amministrazione guidata da Luigi Vicinanza si focalizza anche sui numerosi appalti gestiti dall’Area Tecnica del Comune di Castellammare di Stabia. Oltre 18 milioni di euro di lavori affidati per “prassi” senza gare pubbliche utilizzando la procedura dell’affidamento diretto. Cifre spese da funzionari in capo al medesimo settore che per gli 007 del Ministero evidenziano “una fortissima concentrazione quantitativa e finanziaria” in capo ad un unico soggetto, scelte che per la commissione “rivelano una concezione sostanzialmente familistica […] della gestione dell’affidamento pubblico” che si va a contrapporre ad un “rigoroso presidio di rotazione, trasparenza, tracciabilità e distanza relazionale”. I commissari dopo lo scioglimento del 2022 per infiltrazioni camorristiche si sarebbero aspettati un cambio di passo ma che tuttavia non è avvenuto, eccetto la parentesi commissariale. Un’impostazione, quella adoperata dall’Area Tecnica, che risulta “particolarmente critica e strutturalmente incompatibile con il livello di cautela esigibile in un Comune già sciolto per infiltrazione mafiosa e immerso in un contesto territoriale storicamente segnato dalla persistente ed attuale influenza della criminalità organizzata”
Nell’ affidamento diretto la scelta dell’operatore è discrezionale mentre per la procedura di gara è prevista una competizione formale tra più operatori che presentano un’offerta per beni e servizi. Una prassi che per gli ispettori non è “casuale” ed appare “funzionale a mantenere gli affidamenti entro la soglia che consente il ricorso alla procedura diretta, evitando il confronto concorrenziale”. Per il Dirigente, invece, il tutto è apparentemente normale perché si è detto “portato a prendere chi massimizza il risultato” trattando e paragonando il comune come l’abitazione privata: “È come a casa propria: se una ditta lavora bene, richiamo sempre quella perché mi fido”. Ma non è proprio così perché la commissione, sottolineando l’incompatibilità di tale approccio con i principi dell’evidenza pubblica ha replicato dicendo che il Comune “non è casa sua” e quelli che spende “sono soldi pubblici”.