Scioglimento Castellammare, così Piantedosi ha inchiodato Vicinanza

La parola più pesante, forse, non è camorra. È «superficialità». Perché nel passaggio dedicato al sindaco Luigi Vicinanza, nella relazione posta alla base dello scioglimento del Comune di Castellammare di Stabia per infiltrazioni mafiose, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi non si limita a ricostruire un episodio.

Il titolare dell’Interno formula un giudizio preciso sulla condotta del primo cittadino: una gestione ritenuta inadeguata, incapace di cogliere la delicatezza del contesto e di impedire che soggetti considerati controindicati potessero trovare spazio sul palco delle istituzioni.

È il caso della festa organizzata per celebrare la conclusione della stagione della Juve Stabia. Un episodio che, letto attraverso le parole del ministro, diventa qualcosa di molto più serio di una leggerezza protocollare.

Il punto non è soltanto che alcuni esponenti della tifoseria organizzata fossero presenti alla manifestazione. Il punto è dove si trovavano e quale ruolo venne loro consentito di svolgere.
Secondo quanto riportato nella relazione, si trattava di soggetti individuati come vertici di gruppi ultras della tifoseria stabiese e ritenuti, per legami familiari e rapporti di contiguità, riconducibili alla camorra.

Eppure quelle persone furono accolte sul palco delle istituzioni. Non soltanto spettatori, dunque. Ma protagonisti di un momento pubblico, fino a consegnare una targa a uno dei calciatori.
Ed è qui che entra in gioco la responsabilità politica del sindaco, secondo quanto sostenuto nella relazione a firma Piantedosi.

Perché, in un Comune già sciolto in passato per infiltrazioni della criminalità organizzata e quindi sottoposto a un'attenzione istituzionale tutt'altro che ordinaria, il primo cittadino avrebbe dovuto esercitare un controllo ancora più rigoroso.

La domanda che emerge dalla relazione è brutale nella sua semplicità: com'è stato possibile che proprio sul palco delle istituzioni arrivassero soggetti che, secondo gli accertamenti richiamati nel provvedimento, erano considerati controindicati?

È qui che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi assesta il colpo più duro. La successiva presa di distanza del sindaco, arrivata dopo la diffusione delle immagini e il clamore mediatico, non viene considerata una giustificazione. Al contrario, secondo il giudizio espresso nel provvedimento, quella reazione successiva sarebbe un elemento in grado di confermare la «superficialità della condotta» tenuta dal primo cittadino.

Una formula che pesa come un macigno. Perché non descrive soltanto un errore. Descrive una modalità di esercizio della funzione pubblica. E soprattutto arriva al termine di una vicenda nella quale il problema, secondo la ricostruzione ministeriale, non era imprevedibile: Castellammare era già un Comune sciolto per infiltrazioni mafiose e proprio per questo avrebbe dovuto adottare cautele particolarmente rigorose.

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