Cronaca
Annalisa Imparato, pm di Castellammare sulla ribalta nazionale a favore del “Sì”
E’ il magistrato di punta del fronte del “Sì”, la front woman della battaglia referendaria a favore della riforma della giustizia. La voce del “Sì” si chiama Annalisa Imparato, 41 anni, nata a Bari perché il papà era un calciatore, portiere del Bari degli anni ’80 che guadagnò la serie A, cresciuta poi a Castellammare di Stabia nella città d’origine del padre.
Annalisa Imparato è adesso pm presso la Procura di Santa Maria Capua Vetere ed è uno degli esponenti di punta del fronte del Sì. Da giorni entra ed esce dai salotti televisivi, finanche di Porta a Porta. Uno dei pochi pubblici ministeri ancorati a questa riforma.
Inevitabilmente, quella di Annalisa Imparato, è diventata la voce più autorevole a favore della riforma costituzionale.
La sua posizione ha attirato l’attenzione non solo per il contenuto delle sue argomentazioni, ma anche per lo stile con cui le propone: diretto, rigoroso e allo stesso tempo profondamente ancorato ai valori costituzionali. In un contesto in cui il confronto sulla giustizia tende spesso a irrigidirsi, Imparato ha scelto di interpretare il proprio ruolo pubblico come un’occasione per spiegare, dialogare e rendere comprensibili ai cittadini temi complessi.
Secondo la magistrata, sostenere il “sì” non significa indebolire la giustizia, bensì rafforzarne la credibilità. La sua lettura delle riforme proposte parte da un presupposto chiaro: la fiducia dei cittadini nelle istituzioni giudiziarie è un bene prezioso e va alimentata anche attraverso strumenti di modernizzazione e trasparenza.
Quello che colpisce nel suo intervento nel dibattito pubblico è la volontà di superare le tradizionali linee di frattura tra politica e magistratura. Imparato insiste infatti sulla necessità di un confronto aperto e non ideologico, in cui l’obiettivo principale resti il miglior funzionamento della giustizia e la tutela dei diritti dei cittadini.
La sua presenza nel fronte referendario ha inoltre un valore simbolico: dimostra che all’interno della magistratura esiste pluralismo di opinioni e che il contributo dei magistrati può arricchire la discussione sulle riforme senza tradire l’autonomia della funzione giudiziaria.

