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Cronaca

Castellammare, lo storico Angelo Acampora smentisce il sindaco Vicinanza: il Rio Lavello non è mai esistito

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Castellammare

Castellammare. “Rio Lavello non esiste”. A dirlo è lo storico Angelo Acampora. Era suonato strano quel nome “Rio” soprattutto agli stabiesi con qualche anno in più che quei sentieri un tempo percorribili in gioventù li hanno veramente camminati. Ancor di più era sembrato sconosciuto quel nome “Lavello”

“Il palazzo reale di Quisisana, la tenuta della reggia e parte del bosco su per il Faito- spiega Angelo Acampora- erano proprietà Farnesiane sin da metà Cinquecento. Pervennero in eredità all’ultima della casata, Elisabetta Farnese, alla cui morte furono ereditati da Carlo di Borbone. Da questi al figlio Ferdinando IV che, con decreto reale del 17 maggio del 1822, n. 72, li lasciava incamerare tra i beni della real casa. Nel documento sono indicati con i nomi tutte le proprietà (oltre una trentina). Nessuna di queste si chiama “Lavello”.
L’acquedotto del palazzo di Quisisana, giacché era privo di acqua e bisognava mandarla a prendere con le botti in città, fu fatto costruire dal re Ferdinando ad opera del real arch. Antonio Ciofi e inaugurato nel 1795. Le acque furono incanalate da monti circostanti fino all’acquedotto, al di sopra dei “Grottoni” della reggia, poi denominati anche “Grottelle”, per via di piccoli anfratti.
Gli unici danni provocati dal compimento dei lavori furono arrecati alle Franche di Pimonte, poiché venne a mancare solo l’acqua per lavare i panni. Il re indennizzò il comune con 200 ducati. Pertanto, il toponimo “Lavello”, semmai sia mai esistito in loco, si confonde con la storia dei “lavatoi” di Pimonte.
Inoltre è opportuno sottolineare che l’appellativo dato al sentiero “Cascate del rio Lavello” produce tre significati impropri: 1. Le cascate sono un’altra cosa. 2. L’odonimo “rio” non è mai usato della nostra storia, ma sempre “rivo”. 3. Il toponimo “Lavello” non ha riferimenti storici, forse soccombe a recenti attribuzioni”

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