Cronaca
Il nido di vipere” Paolo Borsellino torna a parlare in prima persona attraverso il libro di Vincenzo Zurlo
Attraverso gli atti giudiziari, Paolo Borsellino torna a parlare in prima persona e racconta “Il nido di vipere” in cui ha vissuto i suoi ultimi 57 giorni di vita, tra la strage di Capaci e via D’Amelio. “Il nido di vipere” è il nuovo libro di Vincenzo Zurlo, con prefazione di Lucia Borsellino (Guida Editori). Un racconto in prima persona, una formula scelta dall’autore per descrivere quanto ricostruito dalle indagini della Procura di Caltanissetta, dando voce a Paolo Borsellino, che così definiva l’ambiente in cui si trovò a lavorare nell’ultimo periodo della sua vita. Borsellino presta la voce, l’autore la penna; la verità è quella scritta negli atti, anche quando per anni nessuno ha voluto leggerla. Il magistrato non pensava soltanto a Cosa nostra, il nemico dichiarato, quello che conosceva meglio di chiunque altro. Pensava anche a ciò che aveva intorno: uffici, apparati, luoghi in cui la diffidenza aveva preso il posto della fiducia. E pensava ai colleghi che gli nascondevano le cose. Informazioni sottratte, carte trattenute, silenzi calcolati. Riunioni convocate apposta quando lui non c’era. Il tradimento, per lui, non veniva solo da fuori.
In questo libro è Paolo Borsellino a parlare. In prima persona, con la voce di chi guarda quei giorni da un luogo che il tempo non raggiunge più, e può finalmente vederli per ciò che erano. Legge quei 57 giorni con la lucidità che allora gli fu negata. La morte di Giovanni Falcone, l’amico di una vita. Le indagini riprese con un’urgenza che non lasciava respiro. Gli incontri cercati fuori da quel “nido di vipere”. Gli appunti, le notti di lavoro, la famiglia tenuta il più possibile al riparo. E la certezza, ogni giorno più netta, che il prossimo sarebbe stato lui.
Nulla di ciò che racconta è inventato. Il libro nasce da un atto giudiziario destinato a restare: la richiesta di archiviazione depositata dalla Procura di Caltanissetta nell’aprile 2026 sul filone mafia e appalti. Quattrocento pagine che non archiviano, ma incalzano come un’ordinanza: cercano riscontri, ricostruiscono giorno per giorno quelle settimane, esaminano una per una le condotte di chi stava intorno a Borsellino. Per la prima volta il nido di vipere ha dei volti. È un’archiviazione che chiude il capitolo penale e, paradossalmente, apre quello più scomodo: il giudizio morale e storico su condotte deplorevoli e atteggiamenti, in alcuni casi, conniventi. Accanto a quell’atto, sentenze, verbali, deposizioni e fascicoli d’indagine completano il quadro.
È Paolo Borsellino, attraverso l’autore e attraverso quelle carte, a raccontare. Fino al pomeriggio del 19 luglio 1992. E oltre, perché i depistaggi, l’agenda rossa scomparsa e trent’anni di processi rendono questa voce ancora necessaria.
Ad aprire il volume è la prefazione di Lucia Borsellino. Non è una presenza di circostanza. Lucia quei giorni li ha vissuti accanto al padre, dentro la casa in cui Paolo Borsellino cercava di tenere lontano il pericolo, e da allora non ha mai smesso di pretendere la verità sulla sua morte, con ostinazione e con dignità. Accettare di accompagnare un libro in cui il padre torna a parlare in prima persona non è un gesto scontato: è un atto di fiducia verso quella voce e verso le carte da cui nasce. Le sue pagine danno al libro il suo senso più profondo: contro l’oblio non basta ricordare, bisogna consegnare quella memoria e quell’energia alle nuove generazioni. Non un’operazione letteraria, dunque, ma un passaggio di testimone. “Il nido di vipere non è un omaggio – spiega l’autore Vincenzo Zurlo – è una testimonianza. Non chiede di ricordare Paolo Borsellino: chiede di ascoltarlo, fino in fondo”.

