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Referendum sulla giustizia, il prof Maiello: “Con il sì processo più giusto”

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In vista del referendum sulla giustizia del 22-23 marzo, l’avvocato Vincenzo Maiello, ordinario di diritto penale all’Università Federico II, illustra le ragioni del “sì” alla riforma costituzionale già approvata dal Parlamento, confutando le principali obiezioni dei sostenitori del “no”.

Secondo Maiello è infondata l’accusa secondo cui la riforma minaccerebbe l’autonomia e l’indipendenza della magistratura: «È falso, perché la riforma, oltre a riaffermare l’indipendenza esterna dell’ordine giudiziario nei confronti di ogni altro potere, potenzia l’indipendenza interna del giudice, liberandolo dai condizionamenti che derivano dalla comunanza di interessi corporativi con i colleghi che esercitano le funzioni dell’accusa». Interessi che, a suo avviso, emergono anche dalla campagna referendaria condotta dall’Associazione nazionale magistrati, definita come una iniziativa ispirata alla “politique politicienne”.

Rispetto alla critica secondo cui la riforma non inciderebbe sui problemi concreti della giustizia e comporterebbe un aumento dei costi, Maiello osserva che «si assimilano lucciole e lanterne». L’obiettivo della riforma non sarebbe infatti quello di ridurre i tempi dei processi, ma di ricondurre il processo penale ai princìpi del giusto processo costituzionale, riequilibrando i rapporti tra le parti e tra giudice e parti. In questo quadro, la riforma ribadisce che «la funzione preminente del processo penale è di proteggere l’innocente», garantendo un giudice realmente imparziale, condizione che può produrre anche effetti positivi sull’efficienza del sistema.

Un altro nodo centrale è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Maiello ricorda che la carriera unica «nasce per governare il rito inquisitorio», in cui giudice e P.M. cooperavano alla condanna dell’imputato, e sottolinea che non è casuale che essa fosse sostenuta da Dino Grandi, figura simbolo del regime fascista. Al contrario, le carriere separate sarebbero coerenti con un processo fondato sulla presunzione d’innocenza e sulla regola dell’“in dubio pro reo”, poiché «il valore da attuare non è la condanna bensì la qualità del giudizio».

Infine, Maiello mette in guardia dalla politicizzazione del confronto referendario, affermando che il dibattito dovrebbe concentrarsi sui contenuti della riforma e non sulle posizioni politiche contingenti. Una campagna condotta in modo schierato, avverte, rischia di compromettere «l’apparenza di imparzialità», che non appartiene ai magistrati ma all’intero Stato di diritto.

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