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Cronaca

Castellammare, il ras al vigilante: “ Qua stiamo noi, questa è la casa nostra”

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Castellammare

«Tu non devi dire proprio niente, tu sei ospite, vuoi vedere che te ne faccio andare via da qua sopra a te e il mastro tuo e le quattro baracche, tu stessi capendo una cosa per un’altra. Qua stiamo noi, questa è la casa nostra»

Castellammare di Stabia. «Il parcheggio? E’ mio il parcheggio… qua è tutta roba mia!». Parola di Sergio Mosca, esponente di spicco del Clan D’Alessandro che si rivolge così ad una persona addetta alla vigilanza del parcheggio delle Nuove Terme, da anni ormai chiuse e lasciate nell’abbandono più totale. Per anni, o almeno dal 2017 al 2020, il parcheggio del solaro è stato “l’ufficio” di Mosca dove riceveva altri affiliati al clan “per avere intimità – si legge nelle note della polizia giudiziaria – e discrezione e non veniva mai controllato salvo in alcuni casi capitati dalle microspie. «Qui è tutta roba mia» diceva così al vigilante che rispondeva dicendo «di non lavorare per lui».

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«Voi lavorate per la sbarra e qua è tutta roba mia…non vi preoccupate». «Ho capito – risponde l’addetto alla sicurezza – ma solo che io devo sapere chi sono le persone»
Mosca: «Il padrone delle terme, se ti dicono chi è quello? Il padrone delle terme e state a posto»
Vigilante: «Eh lo so… io lavoro»
Mosca: «Ho capito, se qualcuno vi domanda chi è quello?… è il padrone»
Vigilante: «E ve lo sto chiedendo…»
Mosca: «Mi conoscono già… sta solo un padrone»
Vigilante: «Lavorate per la Sint (società comunale proprietaria dell’immobile ndr)?»
Mosca: «Nono, io non lavoro. Sono solo il padrone»
Vigilante: «Si ma è la Sint l’azienda che… è la Sint l’azienda i cui è il padrone?»

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Mosca: «Compagno mio, voi lavorate e vi ho capito… mettetevi vicino alla sbarra che qua me lo vedo io». Anche un altro episodio con un vigilante viene riportato nell’ordinanza nelle oltre 700 pagine di ordinanza di custodia cautelare firmate dal Gip Fabrizio Finamore su richiesta del Pm Giuseppe Cimmarotta. Protagonista è sempre Sergio Mosca che al telefono racconta: «Questi ragazzi hanno capito una cosa per un’altra, una volta ad uno lo presi già malamente. Sono di Napoli questi ragazzi perchè l’appalto l’ha preso uno di Napoli. Io stavo venendo di qua e Delfino a piedi di là, c’era la sbarra alzata e prende Delfino entra con il mezzo dentro “we we” con la mano così per dire vieni di qua… lo caricai per il nord e dissi “guagliò tu qua sopra non devi fare lo scemo con sta mano così” e lui “no ma io volevo”.. “tu non devi dire proprio niente, tu sei ospite, vuoi vedere che te ne faccio andare via da qua sopra a te e il mastro tuo e le quattro baracche, tu stessi capendo una cosa per un’altra. Qua stiamo noi, questa è la casa nostra. Vediamo di finirla vi state vestendo troppo con ste giacchette addosso.  Glielo dissi “compà ti devi calmare un po’ tu e il tuo mastro… ma stessi capendo una cosa per un’altra tu devi alzare e calare la cosa e ti devi stare zitto, non devi parlare” le telecamere “non ti preoccupare per le telecamere, ci pensiamo noi alle telecamere”».

I SUMMIT IN CLASSE

Il clan si riuniva in una scuola abbandonata da anni a Scanzano. Si tratta dell’ex istituto “Salvato” che secondo quanto emerso dall’inchiesta più volte si riunivano gli esponenti del clan, un luogo ritenuto sicuro dal punto di vista dei controlli. All’interno del cortile vi erano anche dei can da combattimento che probabilmente servivano a proteggere la struttura da incursioni esterne.

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